VESUVIO: Il Fascino delle Ferocia Tranquilla



Si leva imponente su Napoli e ricorda a tutti la sua presenza. Anche a chi è lontano. E così il Vesuvio è motivo di orgoglio per i napoletani, oggetto di studi scientifici per gli esperti, a qualcun’altro fa da spunto per infelici cori da stadio.
Uno dei soggetti preferiti da fotografare, protagonista indiscusso di tante cartoline, il Vesuvio oggi esercita un certo fascino per l’estrema bellezza che, spesso, sembra porre in secondo piano la sua natura di vulcano dormiente. Dietro la forma perfetta, dietro quella calma apparente, infatti, c’è una storia, un passato che tanti studiosi e scrittori si sono preoccupati di fissare sulla carta, ma che spesso non tutti conoscono. 

E’ vero, con la catastrofe del 79 d.C. il Vesuvio entra nella storia. Ma non è l’unica eruzione. Una nuova esplosione nel 1631 e poi nel 1737, 1760, 1767, 1779, 1794, 1855, 1872, 1906 fino ad arrivare all’ultima, nella primavera del 1944

Tutti lo chiamano Vesuvio, ma quanti conoscono le origini di questo nome? Sigismundo nel 1789 ne fornisce una descrizione dettagliata: “Chiamato dai Latini Vesuvius, Vesebius, Vesbius, dagl’italiani Vesuvio, e dai napoletani Montagna di Somma. La base del monte è una sola, e abbraccia circa 24 miglia; ma presso la metà vien divisa da una grandissima valle, cosicchè la parte che riguarda il settentrione dicesi Monte di Somma, e di Ottajano, la parte verso il mezzogiorno Vesuvio. Nelle sue falde si fanno i vini più squisiti e frutta le più delicate; e ciò che si attribuisce alle ceneri che cadono dal Monte sul sottoposto terreno, le quali impregnate di Sali, e di solsi, e mischiate colle acque piovane rendono fertilissime le campagne. Il Vesuvio, dunque, è quella parte del Monte che vedesi sterile, e di un colore più fosco, la quale ha una figura di un cono troncato nel vertice”. 

A dir poco stimolante e fantasiosa la riflessione di Dalbono del 1877, il quale suggerisce di non guardarlo solo come un motore, o come consumatore o divoratore, ma come creatore attivo: “l’ingegno, l’operosità, la gesticolazione, il discorrer molto” dei napoletani, non sono altro che un impulso Vesuviano. 

Un impulso che nel 1818 Percy Bysshe Shelley aveva paragonato a quello dei ghiacciai: “Il Vesuvio, dopo i ghiacciai, è la più impressionante esibizione delle energie della natura che ho mai visto. Non ha la incommensurabile grandezza, la irresistibile magnificenza né, sopra tutto, la radicale bellezza dei ghiacciai, ma possiede tutta la loro caratteristica forza, tremenda e irresistibile”. 

E’ per questo forse, come osserva lo scrittore russo Gogol nel 1938, che tutta Napoli e tutte le città vicine sono senza tetti. Al loro posto delle terrazze, sulle quali alla sera si ha l’abitudine di godersi lo spettacolo. 

Togliete a Napoli il Vesuvio – scrive Renato Fucini nel 1877 – e la voce incantata della sirena avrà perduto per voi le sue più dolci armonie. Il Vesuvio è il cuore, è l’anima, è il sunto di tutti gli splendori del Golfo. Non v’è sguardo umano, io credo, in questa regione che la sera si chiuda senza aver guardato la cima della montagna. Egli possiede il fascino della ferocia tranquilla, le attrattive della bellezza ruvidamente accoppiata alla modestia; è il gran delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché è feroce, che tutti amano perché è bello”. 

Un’attrattiva non solo per i napoletani. Il Vesuvio, come spiega Maurizio Frassinet, è il vulcano più famoso del mondo, in quanto viene alla mente dell’immaginario collettivo quando si parla di vulcani. I fattori di tale importanza sono multipli. Uno, ad esempio, è che il Vesuvio rappresenta il primo vulcano della storia di cui è stata descritta scientificamente un’attività eruttiva. E’ anche il vulcano che ha provocato la formazione di una delle aree archeologiche più importanti e più visitate del pianeta: Pompei, Ercolano e Oplonti. E’ incredibile come ancora oggi a fare da scenario a questa città ci sia il Vesuvio, quasi a ricordare ciò di cui è capace. La ricchezza di testimonianze storiche sull’attività di questo vulcano è unica al mondo e, tra le altre cose, fece sì che nel 1841 Federico II di Borbone fondasse il primo Osservatorio Vulcanologico al mondo. Tra i direttori, anche Giuseppe Mercalli, Uno dei più famosi vulcanologi della prima metà del XX secolo, che ha dato il nome alla celebre scala di misurazione sismica. 

Il Vesuvio, inoltre, è il primo vulcano al mondo di cui è stata descritta la flora e i rapporti tra questa e le attività eruttive. 

La sagoma del Somma e del Gran Cono – continua Frassinet – rappresentano uno degli elementi scenici determinanti nella bellezza e nella firma planetaria del panorama del Golfo di Napoli, ed è sicuramente anche grazie al vulcano che quello partenopeo è il golfo più famoso del mondo”.

Fabiana Carcatella

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