I Musei di Napoli: COMPLESSO CONVENTUALE DI SAN GREGORIO ARMENO

San Gregorio Armeno, una delle più importanti strade del centro storico di Napoli, è comunemente conosciuta per le sue botteghe artigiane di presepi, frutto di un lavoro che ha origini assai remote, e per il complesso conventuale dedicato proprio a San Gregorio, uno dei santi più importanti della tradizione d’Oriente, al quale si deve la nascita del primo stato, l’Armenia, ad aver
adottato, nel 301, il cristianesimo come religione ufficiale (religione che, ricordiamo, ha portato il popolo armeno ad un vero e proprio genocidio);
si tratta di un luogo abitato da autentiche realtà. Del complesso è possibile ammirare, oggi, la chiesa, il chiostro e il coro delle monache. 
Chiunque abbia dato un’occhiata alle bancarelle dei pastori, del resto, non può non aver notato la chiesa di San Gregorio
Si dice sia stata costruita sulle rovine di quello che fu il Tempio dedicato a Cerere, divinità alla quale i cittadini napoletani portavano in dono piccole statuine di terracotta (da qui l’avvio dell’arte presepiale), intorno al 930, nel luogo che secondo la leggenda avrebbe ospitato il monastero fondato da Sant’Elena imperatrice, madre di Costantino. 

Più attendibile è la storia che vede la chiesa e il relativo monastero essere stati fondati nell’VIII secolo dalle monache basiliane, seguaci di Santa Patrizia, fuggite da Costantinopoli a causa della guerra iconoclasta. La chiesa è conosciuta, infatti, come chiesa di Santa Patrizia. Nella quinta cappella a destra della navata della chiesa vi sono le spoglie della santa contenute in un pregevole reliquiario in oro e argento. 
I napoletani sono molto devoti a Santa Patrizia, il cui culto è legato al prodigio della liquefazione del sangue, simile a quello di San Gennaro, che sarebbe avvenuto negli anni in modi e tempi diversi, ma secondo la tradizione, è il martedì il giorno della santa.
Ciò che più sorprende della chiesa è il soffitto a cassettoni realizzato da Teodoro D’ Errico, Dirk Hendricksz, conosciuto volgarmente a Napoli come o’ fiammingo. Si tratta di una vera e propria esplosione di colori e pomposità. Anche sul soffitto sono raffigurate particolari immagini, tutte da analizzare.

Nel coro delle monache, parallelo alla grada di divisione dalla chiesa, ritroviamo alcuni affreschi di Luca Giordano, pittore napoletano particolarmente attivo in città.
Uscendo dalla chiesa, se si costeggiano le alte mura della struttura e si supera il campanile, è possibile arrivare all'ingresso del monastero che presenta una lunga scala comunemente chiamata del “Paradiso”, proprio perché una volta entrata nel convento, nessuna ragazza ne sarebbe più uscita. 
Il monastero di San Gregorio era, infatti, destinato alle monache di clausura e si dice che le fanciulle vi entrassero in tenera età (due anni, con la Controriforma sette). L’unico strumento per poter comunicare con l’esterno erano le due ruote posizionate all’ingresso, ancora oggi chiaramente visibili. 

Nel 1009 il convento fu unito a quello di San Pantaleone, fondato da Stefano II anch’esso nell’VIII secolo, assumendo la regola benedettina. Sul finire del cinquecento fu poi ricostruito, per volontà della badessa Lucrezia Caracciolo, da Giovanni Vincenzo della Monica e da Francesco Antonio Picchiati.

Ciò che occorre ricordare è che la scelta di condurre una vita di clausura non era sempre spontanea e le conseguenze di quella che può essere definita, in molti casi, una vera e propria imposizione si riscontrano, con occhio accorto, in tutto il complesso conventuale, sul quale regna una particolare atmosfera. 
Particolare si, perché in quel luogo, in ogni più piccola parte ,abitano sentimenti, pensieri e confidenze occulti. La ricordate la storia della Monaca di Monza del Manzoni? Bene, a molte ragazze del convento era accaduto ciò che accadde a Gertrude. La Monaca di Monza, era l'ultima figlia di un ricco e potente principe di Milano, il quale decise che tutti i figli cadetti sarebbero entrati nel clero per non intaccare il patrimonio di famiglia e far si che esso fosse interamente devoluto al primogenito. Questa pratica era propria di molte famiglie, anche napoletane. 

Per poter condurre una vita agiata e assicurarsi alcuni benefici, occorreva, tuttavia, raggiungere il rango più alto della gerarchia monastica. Era riservata alla badessa una giurisdizione amministrativa pari a quella di un abate. 
Le fanciulle delle famiglie abbienti occupavano in convento, come ovvio, una posizione sociale particolarmente elevata rispetto alle altre monache. Ad esse erano riservati i migliori alloggi con terrazze che si affacciano su un meraviglioso chiostro: luogo di pace e paesaggistiche emozioni. 
Lungo le terrazze degli alloggi è ancora oggi possibile ammirare gli stemmi di importanti casate, tra questi quello dei Visconti. Al centro del chiostro: una grande fontana marmorea barocca, fatta costruire per volere della badessa Violante Pignatelli, affiancata da due statue settecentesche che raffigurano Cristo e la Samaritana ,opera di Matteo Bottiglieri. 
Il Cristo e la Samaritana presentano dei particolari ai quali è stata attribuita una significativa interpretazione, ma visitate il chiostro e lo scoprirete. Sotto il portico del chiostro si notano alcune aperture a grata con sedili di legno, lì le monache potevano ascoltare la messa. 

Ciò che sorprende è che quelle aperture non danno sull’altare, ma sulla navata della chiesa…
 
Vi chiederete a cosa serviva tanto sfarzo in un monastero, beh anche le monache amavano imprimere la loro potenza e non perdevano mai occasione per disobbedire alle regole loro imposte. 

Vi ho svelato solo una piccola parte di quanto c’è da vedere. 
Vi invito a visitare l’intero complesso e con l’aiuto di una guida saprete certamente ammirare tutti i più sottili particolari. 


Buon tour!

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