I Mestieri di Napoli: 'O MACCARUNARO


Incontrarlo per le strade di Napoli sarebbe un piacere, ma il maccarunaro oggi è solo un ricordo lontano. L’ultimo era possibile vederlo, alla vigilia della prima guerra mondiale, in via dei Tribunali

A lui, non solo il merito di cucinare e vendere ogni sorta di pasta, ma soprattutto quello di avere donato ai napoletani l’appellativo di magnammacarune. Un’accezione questa sicuramente positiva se si pensa che la pasta costituisce uno degli alimenti principali della più che nota dieta mediterranea. E, poi, lo dice anche il detto: “Vino e maccaroni so’ la cura pe li pormoni”.

Strumento indispensabile per il lavoro del maccarunaro era un enorme pentolone nel quale si cucinava la pasta richiesta dai clienti. I piatti del giorno venivano esposti su una rastrelliera. Prezzo fisso due soldi. 

Niente forchette, ovviamente. Benchè molti respingessero come delle calunnie le storie su napoletani che mangiavano con le mani, in uno scritto dei metà Ottocento si legge: “...prendon la cotta pasta per una estremità, la approcciano alle labbra e tirando il fiato la conducono con celerità incredibile nella bocca e poscia la ingorgano”.

Dalle mani alla forchetta il passo è breve. Va, infatti, a Gennaro Spadaccini, il ciambellano di Re Ferdinando, il merito di aver aggiunto un quarto dente alla forchetta, permettendo, così, di trattenere meglio la pasta, in particolare gli spaghetti, e, soprattutto di far diffondere questa pietanza tanto amata anche tra la nobiltà.

Fabiana Carcatella

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