I Mestieri di Napoli: L'ACQUAIUOLO


Nota caratteristica di Napoli, il chiostro adibito alla vendita di bevande fresche e dissetanti lo si ritrova nella maggior parte delle strade e piazze della città. Motivo di curiosità per i turisti, luogo famigliare per i napoletani.

L’acquaiuolo è uno di quei mestieri di Napoli che esiste da sempre. Oggi dotata di tutti i comfort, un secolo e mezzo fa la bottega acquaiuola, più nota come banche ‘e ll’acqua, consisteva in una sorta di banco di marmo adornato con immagini sacre. Un altare, insomma. Su di esso non mancavano mai limoni e arance da spremere, bottiglie di anice e, ovviamente, l’acqua. 

Quest’ultima solitamente era contenuta in un vaso di metallo riposto a sua volta in una botte foderata di sughero e catrame con, sul lato inferiore, un buco dal quale veniva introdotta la neve. La neve? Si, a quei tempi, l’acqua si raffreddava con la neve, conservata d’inverno in grandi fosse ricavate sui monti e portata in città in blocchi di ghiaccio. Da qui il nome di acqua annevata, considerata a metà Ottocento un genere di prima necessità.

Molto richiesta anche l’acqua suffregna, ossia l’acqua sulfurea. La sorgente più nota pare si trovasse in via Chiatamone. L’acquaiuolo, in questo caso, non aveva una sede fissa, ma portava in spalla recipienti a forma di anfora, le cosiddette mummare. I limoni per pulire i bicchieri e il bicarbonato non mancavano mai. 

Equipaggiato diversamente, invece, il venditore di acqua di Serino. Quest’ultimo trasportava a tracolla un recipiente cilindrico di zinco, della capienza massima di trenta litri. Con un contenitore a becco, poi, dosava l’anice, con un secchio puliva i bicchieri. 

Spesso il tradizionale grido dell’acquaiuolo “Chi vò vevere?” era accompagnato da un simpatico “Magnate o’ limone”, espressione che a Napoli oggi è rivolta a chi prova invidia.


Fabiana Carcatella

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