TERSICORE INCATENATA: UNA TRAGEDIA SENZA ESODO

Il teatro era nero, un olioso semicerchio dove la luce trovava spazio solo nelle fratture dei gradoni, facendo scintillare d’oscurità l’apparente tregua che precedeva l’entrata in scena degli attori. Il pubblico si era fuso con il marmo eroso dai secoli, in un perfetto accordo di simbiosi, una funzione religiosa in onore della tragedia che stava per attuarsi al centro dei loro sguardi. 

Due giovani erano visibilmente tesi mentre si coprivano il volto con la versione stilizzata in argilla delle emozioni che avrebbero dovuto portare in scena. Lei vestiva un’elegante toga in raso bianco, mentre le terga del ragazzo erano coperte da drappi di seta rozza, lasciata al suo sporco colore primordiale; un abito di un eleganza solo potenziale. 
L’inizio della rappresentazione sarebbe stato sancito dall’accensione simultanea di un numero dispari di torce, che, una volta affogate nell’olio prima del tramonto, sarebbero state attizzate da una piccola fiaccola, mantenuta dai talenti meno brillanti della compagnia. Il regista batté un grosso martello su una tesissima pelle di vitello: 

TUM

Le fiaccole resuscitarono l’arena dall’Ade della notte, con innaturale simultaneità; dal nero degli spalti apparvero volti impazienti, ansiosi, segretamente in disappunto o, più semplicemente, felici; felici del rosso inquieto ed ondeggiante che incendiò l’arena. Il primo ad entrare in scena fu Eros, irruento e appassionato al punto da accendere la folla in un grido comune e spontaneo che risuonò per alcuni secondi anche dopo che le bocche si serrarono, costringendo l’attore a prolungare la sua posa plastica oltre i tempi previsti dal copione; non che gli dispiacesse quel rumoroso eco di adulazione, il modo in cui la forma del teatro ampliava le voci dei suoi abitanti anche una volta taciute, un grido che gli perforò lo sterno con le sue vibrazioni. 

Con il volto coperto da una pesante maschera dal sorriso talmente ampio da fungere da feritoia anche per i suoi occhi, iniziò a raccontare al pubblico la storia di Tersicore , che fu sua amata sino al giorno in cui il suo gemello Thanatos la rapì, costringendola ad un amore fatto di catene e bende. Da allora la vita di Eros era cambiata e, con essa, anche la maschera dell’attore che, voltandosi in una posa di iperbolica disperazione, approfittò del momentaneo silenzio di una delle fiaccole per sostituirsi rapidamente il volto. Lui non aveva mai smesso di amarla né di serbare brame di vendetta nei confronti del fratello, forse speculare, forse sin troppo simile a lui. 

Eros si fletté verso gli spettatori gettando su quelli che gli si paravano di fronte un improvviso soffio di luce, prima coperto dall’ombra del suo torace. Con il capo rivolto verso il basso iniziò ad implorare consiglio alla platea che, concluso il prologo, avrebbe sostituito il coro nella parodo che ne seguiva. 

“Come potrò riconquistare la dormiente Tersicore, la cui mente continua ad affondare nelle torbide acque del dubbio, trascinata dal masso del tempo che le intrappola la gola?”

 Mentre una goccia di sudore compiva il tragitto tra la sua fronte e la tavola di legno scricchiolante su cui posava i sandali, gran parte della platea gridò in un confuso e dissestato unisono. 

“Uccidilo! Vendetta! Vai!” 

Queste furono le parole più pronunciate. L’incomprensibile fonia prodotta dalle fusione di centinaia di sentenze vocali si fuse come sulla base di un flusso onirico, trasformando il suono, inizialmente confuso, nel più chiaro sinonimo di “azione” che fosse mai stato pronunciato. Le luci iniziarono a lampeggiare, variare le proprie gamme cromatiche dal freddo del blu sino al più caldo dei rossi. L’egemonia decisionale degli spettatori fu il LA che impose al regista di scegliere tra uno dei due copioni che aveva preparato e che avrebbe inscenato in base agli umori espressi da quell’insolito coro, che gli mostrava per la prima volta gli occhi, invece che le spalle.

Una rotazione della testa china di Eros gli permise di accertarsi come avrebbe dovuto proseguire con gli episodi che avrebbero preceduto dovuto precedere l’esodo. Il gobbo disegnò “2″ con le dita dal retro delle quinte. 

Altre tre fiaccole, allora, si accesero illuminando l’angolo più remoto del palcoscenico, dove sin dall’inizio, Tersicore era stata nascosta da un velo di buio e silenzio. La bellezza del suo volto era tale da riuscire a trasparire attraverso la strana maschera che lo copriva; una maschera nera senza né occhi né bocca, né espressione né soma. La guisa dei suoi arti era contratta e genuflessa, un masso di granito la strangolava tramite il braccio di una catena arrugginita, con le maglie spigolose e squadrate. Di fronte a lei uno specchio i cui angoli erano incupiti dalle ossidazioni dell’argento, regalando ad ogni figura vi si riflettesse una cornice di cenere, un’aureola di pessimi auspici. La donna era così raccolta da apparire esanime ma piccoli movimenti involontari tradivano la sua stasi, ad intervalli frequenti ma irregolari, come un cumulo di sabbia che continua a franare sino a che l’energia potenziale trattenuta dalla malta dell’acqua che trattiene i granelli, non si esaurisce. 

Eros corse con foga verso la memoria di carne di quell’amore che, spaventata dal suo impeto, che troppe volte aveva finito con il ferirla, gli indicò con un indice tremulo ed ossuto, la parete vitrea che le si stagliava dietro la schiena. Ai giudici che abitavano il semicerchio fu immediatamente chiaro che non esisteva alcun fratello malvagio ma che, proprio la costante paura che l’uomo aveva di perderla, l’aveva intrappolata insieme al riflesso d’antrace della sua stessa ombra, lasciando la musa alla schiavitù dei suoi dubbi; ad essere sorvegliata da quel boia che per lei era divenuto il solo fatto di provare qualunque forma di emozione. 

La trama si sospese per permettere al protagonista di raccontare, rivolto verso il pubblico, che molte altre volte aveva già provato a liberarla ma, ogni volta, l’immagine di lui aveva finito con il convincerla che la realtà e il suo riflesso avessero invertito i ruoli e che lui non fosse altro che un’ingannevole proiezione del mostro che, fuggito da quella finestra di vetro, lo aveva trascinato al suo interno a direzioni invertite. Egli tenne la sua arringadi biasimo auto-inflitto tenendo, come riferimento per il suo sguardo, gli occhi di una donna che sembrava ancora credere nelle sue reali intenzioni. Decise allora di voltarsi verso lo specchio, lanciando minacce a aborti di fendenti mai scoccati e ricevendo in risposta le medesime smorfie di rabbia e i movimenti della stessa spada, mossa però da una mano mancina. 

Il regista sapeva che era giunto il momento di scegliere tra altri due copioni e, codificando le grida indistinte della giuria, arrivò alla conclusione che il phatos verso la vicenda del’eroe si era trasformato in un moto di condanna verso colui che troppe volte aveva già fallito. 

“1″

Fecero segno un indice e un medio particolarmente tozzi. Il nano scomparve in una nuvola di fumo; la scenografia cambiò insieme al dissiparsi di quella densa nuvola viola, sostituendo lo sfondo della foresta con un cupo scenario senza più geografia, dove il nero era allo stesso tempo la forma e il colore. 

Eros si scoprì il volto e frantumò allora la maschera al suolo, rivoltandosi al suo destino, prima di scagliare un fendente verso il vetro, che seguì le sorti del volto di coccio ma con un rumore decisamente più fragrante, con il risultato di accendere l’arena in un boato. La musa si sollevò e strappò via la catena che le assottigliava il respiro, apparendo libera, nonostante il suo volto di coccio continuasse a suggerire la totale atarassia. 

Tersicore era bellissima: viva. Un drappo bianco le disegnava le morbide ma dolci forme; la doppia S simmetrica che avrebbe potuto stilizzare la forma dei suoi fianchi. L’attenzione era tutta per lei. Le luci delle fiaccole impazzirono, alcuni mattoni presero a staccarsi e a fluttuare nell’aria, qualcuno cadeva, qualcun altro prese la strada inversa, come se la gravità avesse smesso di essere legge e fosse divenuta eventualità. Solo dopo qualche crepitio di fiamma, un uomo, seduto nella fila più remota dal palcoscenico, si accorse che il protagonista, finito il terzo ed ultimo episodio, giaceva in una pozza di sangue. Il vecchio canuto si levò dal suo spicchio di stadio gridando: 

“Salvatelo!” 

La convinzione che nello specchio fosse nascosto il suo lato oscuro trasformò l’uccisione di quest’ultimo in un suicidio e, la liberazione della sua compagna, in un gesto così ameno da dover essere necessariamente compensato dal dolore. Voltatasi verso Eros, il suo primo istinto fu uno spontaneo cenno di recessione, partito dai piedi e conclusosi nelle mani che si protendevano in avanti, come a proteggerla; la memoria di un dolore divenuta somatica. Gli anni passati ad intercapedine tra un liberatore ed un carceriere trasformarono la percezione di ogni carezza in una ruvida e pesante sberla, una trappola mentale in cui, forse, era ancora costretta. 

Gli ultimi respiri del condottiero si levarono dai polmoni con fatica sempre maggiore; si era davvero ucciso o la convinzione di ciò era stata tale da suggestionarlo al punto da lacerarsi le sue stesse carni con la lama della forza della sua rassegnazione? 

Ancora due copioni attendevano le fiamme o la scena tra le mani del direttore di quell’orchestra in maschera: tutto era pronto per l’esodo finale. 

Uno dei copioni avrebbe alimentato le fiamme con il carburante di un’eventualità mai realizzata, di una ferita mai inferta o di una morte, di cui il coccio informe del vecchio volto di Tersicore, sarebbe stato l’unico testimone. Il pubblico avrebbe scelto il destino con l’anacronistica angolazione di un pollice, con il tono di un grido, con la ricerca di una maggioranza in quel parlamento dove l’unica forma di voto era il rumore. Un copione iniziò a roteare in aria verso una fiaccola: un’enorme fiamma, rossa. Il protagonista asserì al comando con un cenno del capo e iniziò a fissarsi l’addome sanguinante. I muscoli delle gambe gli si fecero tesi, le persone che componevano il suo panorama, scomparirono, si moltiplicarono, cambiarono forma, sesso, età. Il teatro iniziò a collassare come vittima di un terremoto invisibile. La sclera dei suoi occhi fu innaffiata da fiumi di sangue. Il pubblico era in delirio, il pubblico era in cordoglio; il pubblico appariva, il pubblico si fondeva con le fiamme. Le gambe lo tennero ritto per qualche istante, vibravano. Le luci si spensero. 

Una parete bianca.

DDL

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