NAPOLI 2.0: QUANDO L'ORGOGLIO DIVENTA STEREOTIPO

#SangueAzzurro

#DNANapoletano
#Iononsonoitaliano
#BenitezIncapace (dopo un pareggio)
#BenitezeccotiMiaFiglia (dopo una vittoria)
#OdioTorino
#OdioMilano
#OdiopurePoggibonsi
#Fischiolinnonazionale
#ChiamomiamoglieMareknellintimità
#IlmiovicinodiCasaNonhaSkySportequandoritornodallaPartitatrovosempreMiaMogliestranamentefelice



Questi alcuni degli hashtag che riassumono lo stato mentale del tifoso medio del Napoli, parlo del Napoli solo perché è da qui che svolgo le mie indagini antropologiche segrete e non perché i tifosi di altre casate siano poi così diversi. Questa riflessione non si impone la classica e ormai ridondante critica al mondo del calcio, ai suoi stipendi aurei, al ritorno alle nostre reminiscenze inconsce di quando fummo primati quando vediamo la partita e al fatto che, gira e rigira, si tratti sempre di 22 uomini seminudi che corrono dietro a un pall...no per piacere, basta co' sta storia! Quello che cercherò di esaminare dal laboratorio segreto all'interno della mia Delorean, che mi ha portato sin nei vostri tempi dal lontano 1799, è come si stia evolvendo il concetto di orgoglio cittadino qui a Napoli e come, tra mondo del calcio, onnipresente nella nostra cultura del quotidiano, e vita sociale, si stia abbassando ad un livello che lo rende caricatura e stereotipo di se stesso.
Mi sembra quasi che il napoletano medio si senta obbligato ad imporre la sua appartenenza, spesso senza proporzionalità, enfatizzandola sulla base di contrasti che non sono affatto tali e creando diàtribe e rivalità che spesso trasformano le manifestazioni di appartenenza in  iperboliche litanie. Qual è l'effetto della cosa? Semplice, molto semplice: come uno tsunami che irriga un campo, l'abbondanza diviene eccesso e l'eccesso provoca sul raccolto i medesimi effetti della siccità. Piuttosto che aumentare la coesione e il senso di appartenenza di un popolo che ne avrebbe davvero bisogno, questi atteggiamenti, dato l'impeto e la loro assoluta incapacità di trasportare lo stesso in, non so, materie come la questione dei roghi tossici, non fanno che plasmare un'immagine caricaturale del napoletano.
I napoletani, sono, anzi siamo, un popolo di uomini talentuosi ma, a tratti, davvero troppo infantili: colmi di una passione smisurata, curiosi e vispi come uno scugnizzo ma, troppo spesso, alla pari di uno scugnizzo, irruenti, immaturi, incapaci di settare la barretta delle nostre vere priorità; forse, solo troppo pigri e senza voglia di crescere e abbandonare in un angolo i risvolti negativi del nostro DNA. Proprio quel DNA sarebbe, così, solo ed unicamente una fonte di forza e distinzione da ogni altra matrice culturale e territoriale e non un "wewe simm e' Napule!" scimmiottato da chiunque ci si pari davanti dall'esterno della nostra isola, non geografica, ma sicuramente culturale.
Napoli è lo "scoprì il nascondiglio perché c'era finito il pallone" che fa da incipit a "Il giorno prima della Felicità" di Erri De Luca: una scoperta che nasce dal gioco, dal disincanto; un talento che sa scoprirsi solo senza il peso della serietà, che sa massimizzarsi solo se intrappolato nei labirinti di un gioco, nelle evoluzioni di un pallone che segue la forza del vento e della suola scollata che gli ha fatto da propulsore. Forse dobbiamo trovare davvero il nostro nascondiglio seguendo con gli occhi un pallone diretto a porta, o forse appena al di fuori dello zaino che ne fa da palo ma, allo stesso tempo, dovremmo smetterla di intraprendere pugne e guerre se non varca la linea, di piangere se una canuta ottuagenaria affetta da demenza senile decide di bucarcelo con una forcina: in soldoni, dovremmo fare di tutto questo solo una forza e mai più lo schizzo di una ridicola caricatura; non un uomo che tifa ma il tifo che si fa uomo e annulla tutto il resto, in modo ridicolo, quasi autistico (nell'accezione del totale distaccamento dalla realtà e dall'incapacità di gestirne le ovvie priorità).

DDL

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