Il MIO giorno prima della felicità. Tratto da una storia (forse) vera

Il libro giaceva in una scatola di cartone mutilata di una delle sue quattro pareti, persa sull'asfalto che faceva da banco al bazar del piccolo rigattiere che sembrava avere 6 braccia, tante le trattative che riusciva a gestire assieme. Lo presi attratto dalla copertina, seguendo una propulsione estetica e superficiale. Ne spolverai la facciata con un soffio e una carezza pesante che mi ingrigì la mano destra: "Il Giorno prima della Felicità".



 "Quant'è maestr?"
 "Mill lir wagliò"

 Pescai una banconota maciullata con l'amo del mio indice dallo stretto lago della tasca destra e li porsi all'avida morsa del venditore che nemmeno li guardò, gerarchicamente distratto da banconote più grandi. "Questo è il nostro giorno prima...ti amo Girasole"
 Una piccola scritta a penna, un epitaffio di un amore finito in un teatro di carta. Decisi di richiudere il volume: la sua vera storia era in quel retroscena, non mi interessavano più i lividi provocati dalla macchina da scrivere sulla delicata pelle della carta. Avrei scritto io quella storia, iniziai a pensare, a immaginare un lieto fine a quell'amore abbandonato...intimamente convinto che mi avrebbe aiutato a ritrovare anche il mio, anch'esso errante nella discarica degli eventi reciprocamente ignoti.

Tornai a casa quando il sole era sorto ormai da circa un’ora. Mi sedetti nel mio nascondiglio di cuscino e lenzuola e afferrai un piccolo quaderno che nascondevo in un doppiofondo del cassetto del comodino: volevo rimanesse segreto perché dentro vi erano le cronache della mia intimità. La verità dietro i convenevoli, cui la vita mi costringeva, erano tutti in quello scrigno di cartoncino nero. Controllai che la porta fosse chiusa: riuscivo a scrivere solo se i miei occhi erano eremiti sul deserto delle pagine, sotto il vento del loro progredire. Provai a immaginare le fattezze, i tratti somatici, il corpo, lo sguardo, i capelli, le mani…ogni piccolo dettaglio di “Girasole”. Il nome stesso e l’immagine florea che esso richiamava in modo intrinseco, afferrarono la matita della mia immaginazione e, con estrema scioltezza, disegnarono un’esile e filiforme ragazza bionda, dal volto rotondo, due grandi occhi, rigorosamente chiari dallo sguardo distratto e  dolcemente vacuo…no, frush frush…cancellai gli occhi dalla bozza e soffiai via ogni loro maceria.

Vi racconto un segreto di noi scrittori: in ogni donna di cui raccontiamo, anche se completamente diversa dall’amore che spinge la nostra penna, dovremmo inserire un dettaglio, anche infimo ed insignificante, di colei che alberga nei sotterranei del nostro subconscio. Io decisi sarebbero stati gli occhi, i suoi occhi: profondi ma empirei, caldi ma irraggiungibili, grandi, grandissimi…con le proporzioni sul volto di quelli di un bambino. Pensai, battendo ritmicamente il dorso della penna sul foglio: quale poteva essere il giorno prima della felicità?
Pensai a un ragazzo, lo immaginai alto, dai capelli irti e folti, neri. La sua grande testa si reggeva su un corpo troppo esile, al punto da conferire  l’impressione che vivesse in un costante disequilibrio. Il suo andamento incerto trasmetteva accessibilità a chi lo conosceva, nonostante la visibile forza del suo ego, che proiettava su di loro tramite la fermezza di uno sguardo mai schivo, sempre frenetico di una sazietà che si muoveva come l’orizzonte: coscientemente irraggiungibile, testardamente inseguita. Quando lei si perdeva nei labirinti dell’incertezza, lui passava quel tempo nella frenesia della lettura, ci fossero volute ore, settimane o interi, infiniti mesi per, forse, rivederla. Il tormento per gli errori commessi fu quella volta tale che egli rimise in discussione ogni sua prerogativa. Evolvette le sue consapevolezze con la fretta e l’evidenza con cui l’adolescenza fece lo stesso con il suo timbro di voce. Una torre di carta cresceva sulla sua piccola scrivania di betulla; con l'aumentare delle X sui tasselli del suo calendario, finché non ne furono due, finché una di essa non crollò spargendo sul pavimento metà delle storie mute che aveva scelto di ascoltare.

“Il giorno prima della felicità”

L’aveva letto tutto d’un fiato durante una di quelle serate in cui si sceglie il sonno, pur di fuggire alla noia. La pioggia batteva leggera e irregolare sulla finestra. Tutti dormivano in casa e la lettura fu talmente distratta dai copioni dei sogni che si sarebbero inscenati quella notte, una volta calati i sipari di carne davanti agli occhi, che a stento ne ricordava la trama, una volta svegliatosi. Afferrò il libro con veemenza, così come feci io dal bazar del paffuto rigattiere. Con la stessa attitudine pugnalò il frontespizio lasciando come ferita la traccia nera che mi aveva portato nella geografia di questa fantasia.

“Aro va…”



La madre non fece in tempo a finire la frase che il rumoroso bacio tra la porta e lo stipite le rispose, nel linguaggio di cui una madre è unica interprete.

“Che è stat’?”
“Niente Pascà, cos e’ core. Lasciò ij! Adduormete nata vota, oì!”



Disse al marito bacchettandolo, mentre si allontanava enfatizzando l’oscillare dei suoi fianchi, come a somatizzare il disappunto per la pigrizia di Don Pasquale.

Il ragazzo corse per alcuni minuti tra le sottili incisioni che dividevano i palazzi di Santa Lucia, ricordando che il libro parlava di un nascondiglio, un nascondiglio scoperto con gli occhi di un bambino e custodito con quelli di un adulto. Il cuor gli salì fin sotto il mento, picchiandolo con un climax crescente. Di lì a poco incontrò il mare e il basso, lunghissimo muro che ne demarcava il regno. Si inginocchiò di fronte al muretto, un po’ perché esausto, un po’ per santificare con una posa cinematografica l’ardore con cui stava compiendo quel gesto. Strinse uno dei mattoni tra le mani, l’unico che mancava della cornice di malta grigia che racchiudeva tutti gli altri.

Uno…due…tre violenti strattoni.

 Il mattone venne via dal muro così come la pelle dai suoi polpastrelli. Il sasso celava una piccola intercapedine, così piccola che per custorivici il libro dovette arrotolarlo come una pergamena, prima di richiuderlo con il pesante tappo di pietra. Lo reinserì mentre gli occhi si accertavano che non ve ne fossero stati altri a condividere il suo segreto. Per due persone come loro sarebbe stata comunque felicità, in ogni caso. Decise che sarebbe tornato lì solo il giorno prima…il giorno prima di intraprendere qualunque delle strade che lo avrebbero portato ad essere felice. Probabilmente vi tornarono assieme, saldati da un abbraccio, per ridare luce a ciò che per tanto tempo era rimasto recondito e segreto, come l’amore che aveva continuato a coltivare per lei, anche solo con qualche raro sorriso distratto ogni volta che gli fosse tornata in mente. Forse avevano deciso di lasciare lì il libro perché mi raccontasse la loro storia, a me, perfetto sconosciuto, nuovo custode di un copione solo probabile, mai certo. Forse, semplicemente, la stessa curiosità che lo portò a rinvenire il nascondiglio tra terra e mare, era stata imitata da un passante, che aveva trovato il libro per riconsegnarlo al vento della lettura, lasciandolo sul sedile vuoto di un tram. Lascio a voi la scrittura del finale: sappiate solo che lui e Girasole avrebbero comunque sorriso, appena prima della felicità...(forse) nello stesso istante.

DDL

Ringraziamo per l'immagine di Paolo Minopoli.

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